lunedì 3 luglio 2017

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CasIla è una casa per uno.
Questa sera, orfana del mio coinquilino una volta tanto, mi aggiro per i miei angusti spazi e mi rendo conto di averla sopravvalutata - spazialmente parlando - 'sta casa-non-casa-eppure-così-casa.
Quando ho chiesto a C., fidanzato in carica spero per lungo tempo, di venire a stare da me - sì, gliel'ho chiesto io, assurdo eppur vero - avevo decisamente sottovalutato il fattore spaziale.
Chi è passato per CasIla milanese #2, sa quanto è piccola. Quanto possa essere adatta ad una serata in compagnia e niente più, e comunque scomoda. Quanto sia, non-banalmente, una splendida tana per una sociopatica come me. Saltuariamente desiderosa di ospiti.
Stasera mi muovo stranamente "larga", dato che C. lavora in esterna - roba che proprio non torna a dormire -, e questo loculo mi pare di nuovo una casa. Non una reggia, ma nemmeno una stanza d'albergo: una casa, perché io - da sola - qua dentro, ci sto benissimo.
In due, ci rigiriamo come garruli pesci in una bocciacquario, e non ci diamo fastidio vicendevolmente solo perché, in effetti, sono così rari i momenti in cui il lavoro ci permette di goderci delle reali serate casalinghe, che va bene così.
A breve, cambieremo casa. Qua, su questa semplice ed apparentemente innocua affermazione, potremmo scriverci un trattato. Io, che decido di prendere casa con qualcuno che non sia un Millennium Falcon pieno di Rollinz dell'Esselunga., ovvero un ogettino relativamente piccolo ed inanimato e gestibile.
Io, che prendo un impegno che vada oltre il prossimo weekend.
Io, che vado a convivere.
Ora, capiamoci. Ho avuto un sacco di storie sentimental-sessuali, nella mia vita. Ricevo, a tutt'oggi, messaggini equivocabili da ex-trombamici privi di social-network e quindi poco aggiornatiss sul mio status sentimentale; riscuoto ancora un discreto successo tra chi, come il mio appena identificato vicino di casa runner tatuato turbofregno che poche ore fa mi ha tenuto il portone del palazzo aperto e vive al piano di sotto e non sa che sono fidanzata e mi ha chiesto di uscire argomentando "Non puoi arrivare sotto casa in bici con la gonna svolazzante, già la strada è pericolosa, rischio un incidente" / autostima ne abbiamo?; e via dicendo.
Io, che non ho mai considerato, se non una volta rimanendone scottata perché la volontà era unilaterale dalla mia parte e non dall'altra di stare assieme, l'ipotesi convivenza.
Io, io, io.
Io - io, sto per andare a convivere.
Con una casa e un contratto d'affitto condivisi.
Capiamo tutti, che, per una come me, una sportiva, diciamo, sentimentalmente parlando, sia un passo decisamente importante.
Tanto importante che ogni due minuti ho dei dubbi. Ogni due minuti mi dico: Mollo tutto e torno a Roma. Ogni due minuti mi viene l'ansia. Ogni due minuti penso: Sto a fa' 'na cazzata? Ogni due minuti mi preoccupo: E se lui muore e rimango da sola? (No, ha 40 anni, non è a rischio morte... ma sono quelle belle paranoie che ti vengono... no? Vengono solo a me?). Ogni due minuti mi chiedo: E se rimango senza lavoro? Quale sarà la mia ancora di salvataggio? Vado a fare la barista di nuovo, piuttosto che tornare a Roma? Ogni due minuti mi ricordo che il lavoro che sto facendo ora, mi fa cagare, e che non voglio rinnovare il contratto.
A 35 ma fra poco 36 anni, prendo la decisione che mai avrei creduto di poter prendere: vado a convivere. Non modifica la mia realtà, la condizione esistenziale.
C., poi, alla fine, vive nel mio monolocale.
Però, stavolta, è: prendiamo casa insieme.
Firmiamo un contratto d'affitto.
Per l'amor del cielo, come si usa dire qui al Nord - che bizzarra e colorita espressione impropria per degli atei -, non ci stiamo sposando né stiamo prendendo un cane né programmiamo di riprodurci (sia mai, io un Alien nella pancia non lo voglio, non l'ho mai voluto, mai lo vorrò).
Ma, andiamo a vivere insieme.
Boh.
Ansia.
Felicità.
Stay tuned.

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