martedì 13 giugno 2017

249

Another turning point, a fork stuck in the road
Time grabs you by the wrist, directs you where to go
So make the best of this test, and don't ask why
It's not a question, but a lesson learned in time


Non sono mai stata del tutto convinta di quello che mentalità, letteratura, canzoni e romanticismo non meglio collocato ci hanno inculcato, e che riassunto suona come: ti accorgi di essere stato felice solo quando non lo sei più / capisci di tenere a qualcosa solo quando la perdi / realizzi che lui/lei era l'amore della tua vita nel momento in cui se ne va o lo/la lasci andare o vi perdete per qualche motivo - ed altre variazioni su tema più o meno simili.

It's something unpredictable, but in the end is right,
I hope you had the time of your life.


Magari sono io l'eccezione, o forse mi limito a constatare d'essere una delle poche ad ammetterlo: io, se sto bene, lo so mentre quel momento accade. Non, quando quel momento è già accaduto e, cazzochecretinanonmeneeroaccortamochefaccio.
Il benessere è una condizione tanto tangibile quanto la tristezza: forse, la differenza tra me e gli altri neo-romantici, è che io non l'ho mai percepito come scontato, il benessere. Sono stata infelice e mi capita d'esserlo ancora, e perbacco se la sento, l'infelicità: mi devasta come un'influenza intestinale, come un osso rotto, come una seduta invasiva dal dentista, come un lutto, come un bonifico mancato. Ma non è che quando sono contenta, vivo questa condizione come la norma: non è che quando non ho il raffreddore, quando le mie articolazioni funzionano alla perfezione tutte insieme, quando posso sorridere senza una gengiva che sanguini per partito preso, quando una persona a me cara c'è, quando il mio datore di lavoro mi paga puntualmente - non me ne renda conto. La sento, quella felicità lì. Non la vivo come fosse la norma. Non la sottovaluto. Non la considero assodata nemmeno per un minuto.
Non perché abbia paura di perderla, non perché sia ipersensibile: semplicemente, quando sto male, sento il male / quando sto bene, sento il bene. Sento, vivo, tocco.
Quando mi telefona il mio capoprogetto del cuore solo perché vuole prendere un caffè con me. Quando accompagno la mia amica a prelevare la figlia al nido, ma prima ci ammazziamo di jappo, a pranzo, ridendo e scherzando come due quindicenni senza obblighi se non il ricordo del compito in classe del giorno dopo, che anche sticazzi. Quando cazzio mia madre perché mi manda i whatsapp alle 8 del mattino, ma in realtà mi fanno piacere, è solo che proprio io a quell'ora non so nemmeno chi sono figurarsi interagire con lo smartphone. Quando schiaccio le zanzare che s'insinuano nella mia adorata CasIla e penso che il Naviglio sia comunque la mia dimensione vitale nonché collocazione spaziale preferita. Quando sento i miei amici di Roma e mi dichiarano che manco. Quando davanti a me c'è un futuro-ricordo troppo bello per lasciarlo andare ed affidarlo solo alla memoria cerebrale, e allora lo fotografo, pure se non son buona.

So take the photographs, and still frames in your mind
Hang it on a shelf in good health and good time
Tattoos of memories and dead skin on trial
For what it's worth it was worth all the while


Non credo che l'essere umano non sia in grado di visualizzare la propria felicità: ho solo l'impressione che sia più bravo a metterla da parte per lamentarsi dell'assenza di essa.
Non so cosa porti le persone ad annullarsi nel lavoro laddove non strettamente necessario o corrispondente ad una passione talmente forte da sovrastare tutto il resto. Non capisco chi rinuncia al proprio benessere in nome d'una formalità o un compromesso. Non concepisco il concetto di rimpianto.
Sarà l'età, non lo nego, l'esperienza conta molto - l'avessi avuta 15 anni fa questa testa, ma anche solo due anni fa, avrei dominato il mondo - con la solita licenza per eccesso - evviva l'iperbole.
Oggi, ora, so esattamente cosa mi rende felice e cosa mi fa stare male. Forse, per la prima volta nella mia vita, sono in una condizione in cui non ho paura di nulla: non di perdere quello che ho, non di mettermi in gioco, non di farmi i beneamati cazzi miei, non di dire quello che penso davvero - che il mio interlocutore sia il mio fidanzato, la mia migliore amica, il mio produttore esecutivo, mia madre, il mio mancato amore, la mia padrona di casa.

It's something unpredictable, but in the end is right,
I hope you had the time of your life.


Non ho mai creduto che capiamo il valore delle cose o delle persone o dei momenti / solo quando se ne sono andate per sempre o le abbiamo perse: lo sappiamo, lo sappiamo, lo sappiamo - cosa davvero rende la vita valevole di essere vissuta.
Qualche rinuncia o qualche compromesso, li dobbiamo accettare: ma, quasi sempre, volenti. Nolenti, solo laddove c'entri la salute: solo di fronte alla mancanza di quella, ci dobbiamo arrendere; ma, sempre, senza smettere di combattere e pensando di vincere. Io sarei già morta, altrimenti.
Per tutto il resto, la facoltà di scelta, l'abbiamo sempre.

It's something unpredictable, but in the end is right,
I hope you had the time of your life.


Io. Io, al momento, sono felice. Vero, ho scelto un lavoro che non mi dà soddisfazione, ma è un pensiero in prospettiva, è un intermezzo necessario. Ho scelto di non essere più single, per benessere prima e amore poi, una scommessa: vinta. Ho scelto di traslarmi dalla mia città natale, farcita di tutti i miei amici e famigliari, e la conseguente costante nostalgia: per tornare a vivere, davvero, in una città che sento casa.
Ho scelto di scegliere.
Ho scelto di dire tutto, sempre, senza sotterfugi, senza segreti.
Ho scelto la via più facile per me: quella della spontaneità.
Mi sono privata e mi privo solo di quello di cui mi ha privato e mi priva il prossimo - dove prossimo è qualcuno che rappresenta per me un lavoro, un affetto, un luogo / qualcosa o qualcuno d'importantissimo, eppure evidentemente rinunciabile, dato che non si è impegnato per rimanere nella mia vita: i mulini a vento, quelli no, non fanno più per me.

It's something unpredictable, but in the end is right,
I hope you had the time of your life.

giovedì 1 giugno 2017

248

Caro Blog,
l'ultima volta che ci siamo visti era il 25 aprile. Un altro giorno di festa, ormai lontanissimo, come domani - 2 giugno. In realtà la mezzanotte è passata, quindi oggi è un oggi quasi domani. Il 25 aprile lo trascorrevo festivo, tra pensieri rivolti al passato ed aspettative declinate a un futuro che, più di un mese dopo, mi pare ancora lontanissimo. Il 2 giugno lo trascorrerò lavorativo, come tutto il weekend appresso. Evviva. Sono sarcastica.
Sono ancestrali i tempi in cui per la prima volta mi sono ripromessa di non fare più televisione. Sono attuali i momenti in cui mi domando cosa ci sto a fare in un lavoro del genere se non riesco ad andare né avanti né indietro ed è raro che ne goda il divertimento in cambio solo dell'annullamento della mia vita non ricompensato da adeguato cachet. Sono remoti i giorni in cui mi divertivo inconsapevolmente all'interno di questa macchina infernale. Sono (passati) prossimi gli attimi in cui io e la tv abbiamo fatto pace e ci siamo ritrovate a percorrere insieme stradine o stradone decisamente godibili ed appaganti.
Caro Blog,
l'ultima volta che ci siamo scritti - o meglio, che io ti ho scritto e tu mi hai pubblicata - ero reduce da un po' d'inaspettato tempo per me e per me stessa. Tempo per me e per me stessa (e basta), ultimamente ne ho davvero poco, roba di mezzore se tutto va bene. La verità è che non mi manca il tempo per me (e per me stessa e basta), quello solo per me (e per me stessa e basta), quello in cui in definitiva mi fermavo a pensare - ma più che altro rimuginare. Piuttosto mi manca il tempo libero. Quello libero da pensieri negativi, sconforto, abbattimento e disillusa realizzazione che non sono arrivata da nessuna parte.
Vivo una storia d'amore bellissima, abito nella città che al momento mi è più congeniale. Ma ancora c'è qualcosa che, qui e ora, non va. Mi muovo, vago, invecchio -  e non raggiungo i miei obiettivi.
Caro Blog,
la prima volta che abbiamo iniziato a frequentarci, l'ho deciso io. Ero in un momento del tutto simile a questo, un momento in cui non sapevo dove stavo andando e perciò ti avevo dato questo titolo: Da dove sto chiamando. La letterale traduzione del titolo di un racconto di Raymond Carver. Leggevo molto di più, al tempo. Credevo di essere nel posto sbagliato, e quindi di chiamare (chissà chi, poi), da un luogo che per me non andava affatto bene. Allora, non lo identificavo con un luogo fisico, ma mentale. Ho capito solo poi che, ci sono luoghi fisici che mi piacciono ma mi fanno star male e luoghi mentali che non pensavo di poter abitare ma che mi fanno star bene. E, poi, luoghi fisici che mi fanno star bene a prescindere dai luoghi mentali - perché li annullano.
Caro Blog,
fino ad un minuto fa credevo di chiamare dal posto giusto (fisico, Milano): mi mancava solo l'interlocutore. Probabilmente ne sono ancora convinta, altrimenti non sarei ancora qui, a Milano, una città che amo e di cui amo tutto. Ma, c'è ancora qualcosa che non va.
Non sono del tutto soddisfatta.
Non lo so se le persone, in genere, riescano a sentirsi mai del tutto soddisfatte della propria vita e nella propria vita.
Ma, il mio obiettivo, non è arrivare chissà dove o realizzare chissà cosa. Il mio obiettivo è sentirmi soddisfatta. Da quando mi alzo al mattino con gli occhi abbottonati a quando chiudo quegli stessi occhi fino a un secondo prima spalancati, la sera.
Caro Blog,
è vero. Attualmente quando mi sveglio e guardo la persona accanto a me, generalmente attiva prima di me, sorrido. E sono felice. Attualmente, quando crollo priva di forze la sera o meglio la notte, accanto alla persona i cui occhi cangianti occupano l'altro cuscino del divanoletto, sono felice. Ma.
Di notte mi capita sovente di sciogliere i sogni in incubi. Durante il dì, di liquefare le ambizioni nell'attesa del bonifico del 10 del mese dopo o in corso. Priva di stimoli, divertimento e voglia.
Caro Blog,
ancora non ti posso chiudere per aprire un nuovo te con un titolo più calzante alla nuova me. Non è un qualcosa di cui mi sento particolarmente contenta. Ti voglio bene, ma credo che il nostro pezzo di strada insieme, sarebbe ben ora di terminarlo. Dovremmo lasciarci senza rimpianti, amichevolmente, invece fai ancora prepotentemente parte della mia esistenza quotidiana. Ti amo e ti odio.
Ho voglia di smettere di chiamare. Ho voglia di smettere di chiedermi se sono nel posto sbagliato. Ho voglia di raccontare della mia nuova vita. Ma non è nuova al cento per cento.
Caro Blog,
siamo ancora qua. A parlarci addosso di mancanze e disillusioni, di aspettative e realtà, di frustrazioni e di c'èqualcosachenonva, di felicità a tratti  (più lunghi, per fortuna) ed infelicità di sottofondo.

"All of my life
Angels have gone
I’m changing trains
Angels like them
Thin on the ground
All of my life
All legs and wings
Strange sandy eyes"

martedì 25 aprile 2017

247

25/03/2017

Dopo gli Zero Assoluto, c'è più solo lo Xanax.

No, sto pensando che
non ritornano
sto pensando che
che se poi ci riprovo
lo so che non è più lo stesso
me lo chiedo da un po'
quei momenti con te
se ritornano le parole con te
se ne vale la pena oppure vorrei più fortuna

Questa mattina, mentre pedalavo ad andatura tra il sostenuto e lo scazzato verso quella che è la mia nuova redazione da quattro giorni che mi sembrano quattro mesi (arrotondo per difetto di ore lavorative), Spotify mi ha proposto gli Zero Assoluto. 
Spotify, l'unico essere non umano in grado di leggermi nella testa e nell'umore in maniera più precisa del server che l'Internazionale chiama Rob Brezny e cui mette per iscritto un oroscopo evidentemente generato da algoritmi tarati su generi ampi ma non troppo ampi, di identità umane: mica lo leggono tutti, l'Internazionale. Spotify, stamattina, ha percepito una vibrazione nella Forza prodotta da un Lato Oscuro particolarmente invadente. Ed io, totalmente persa nella luce irreale di un sole inesistente riflesso al contrario su un cielo completamente bianco, in un freddo anti-primaverile, ad un orario che era mediamente mattutino ma sarebbe potuto essere serenamente iperspaziale - ho subìto, ascoltandolo, un pezzo di cui non avevo più nemmeno troppa memoria. Degli Zero Assoluto, mica di chissà chi.

e per ogni giorno
mi prendo un ricordo che tengo nascosto lontano dal tempo
insieme agli sguardi veloci momenti che tengo per me
e se ti fermassi soltanto un momento
potresti capire davvero che è questo che cerco di dirti da circa una vita
lo tengo per me
SEI PARTE DI ME
e lo porto con me
lo nascondo per me



Già al secondo verso ho sentito la prima lacrimuccia premere. Non ho la lacrima facile, di solito. Tranne che nel giorno del mio compleanno, se lo trascorro con le persone sbagliate. Ma, ultimamente, mi capitano troppo spesso momenti di sconforto o di rabbia, che sfogo così: con la lacrimuccia. Che, in caso di ciclo o di alcolismo molesto (non parliamo poi dell'unione tra i due fenomeni), si tramuta in cascata.
Nostalgia. In prima battuta non realizzo si tratti di quello: penso allo stress, giustificazione di tutti i mali. E mi sorprendo a piangere senza capire perché. Sì, sono stanca. Sì, ho il ciclo. Sì, ho un nuovo lavoro che mi pesa. Sarebbe sufficiente. Ma, in realtà, l'insieme - seppur abbastanza infelice - di fattori, non giustificherebbe un improvviso ed inaspettato flusso di disperazione. Perché, nello spazio d'un ritornello pop, la lacrimuccia si tramuta in pianto e sboccia, infine, in disperazione inconsolabile.

in macchina non tornano chilometri che scorrono
discorsi che ti cambiano
e immagini che passano
e restano qua
se ho bisogno lo so
di sentire che
dentro c'è
voglia di ridere
qualche cosa in cui credere


La parola, ha una definizione molto semplice: Nostalgia. 
*nostalgia*
no·stal·gì·a/
sostantivo femminile
Stato d'animo corrispondente al desiderio pungente o al rimpianto malinconico di quanto è trascorso o lontano.

Ecco. La nostalgia. Ho una gran nostalgia. Ho una gran nostalgia di giorni in cui il mio tempo era scandito da ritmi che, anche se non sempre scelti o anzi, dettati da altri, comunque mi rendevano felice. Ho nostalgia di quando, anche se non potevo decidere sempre tutto o avere il pieno controllo sugli accadimenti, in ogni caso li vivevo con trasporto ed entusiasmo. Ho nostalgia degli stimoli. Degli imprevisti belli. Del non-quotidiano. 
Negli ultimi mesi, prima di pochi giorni fa, ho provato l'incredibile eppur - in teoria - imprescindibile, dato il poco tempo a nostra disposizione (nostra di noi esseri umani) sensazione di felicità.
Da qualche giorno a questa parte sono inconsolabilmente infelice. Non sono più depressa, quella roba lì non mi avrà mai più. Ma, l'idea di retrocedere da una condizione di felicità assoluta ad una di infelicità addolcita (da qualcosa di bello, se ricordare non basta), mi devasta.

Accetta questo lavoro per crearti dei contatti, dicono. Ma, se il lavoro, che ti si mangia il 90% della vita (perché il mio lavoro è così), ti rende infelice... ne vale la pena?

e se ti fermassi soltanto un momento
potresti capire davvero che è questo che cerco di dirti da circa una vita
lo tengo per me
SEI PARTE DI ME
SEI PARTE DI ME
lo tengo per me…


Io, personalmente, non credo valga la pena annullarsi per un lavoro. Potrei morire domani: bicicletta sotto tram, per dichiarare un'opzione.

25/04/2017

E' trascorso un mese, dall'ultimo blog scritto e mai pubblicato. Non lo so nemmeno io, perché l'ho lasciato in bozze per tutto questo tempo. Forse non mi sentivo in grado di ammettere che, anche Milano, ogni tanto - può deludermi. Può deludermi nella misura in cui quello che viene valutato non è il mio vissuto col mio cospicuo bagaglio d'esperienza e - volendo - di bravura; ma il mio essere NUOVA. Nuova, un'altra volta. Nuova, l'ennesima volta. Nuova, e dunque da testare.
C'è che a 35 anni sono stufa dei test. C'è che a 35 anni con 15 di esperienza lavorativa, vorrei essere considerata per quel che valgo e non per chi conosco. Ché, tanto, conosco mezzo mondo - ma non sono in grado, ma prima ancora non voglio, non ho mai voluto, approfittarmene.
C'è che a 35 anni il lavoro, non è la mia unica ragione di vita. C'è che a 35 anni non ho più VOGLIA di dimostrare che le cose le so fare. C'è che a 35 anni, non subendo il mobbing che subiscono le mie coetanee amiche mamme, non ho più la tenacia di perseguire, da single senza figli - comunque - obiettivi che mi sono negati: non riesco più a capire perché mi vengano negati, ecco tutto. C'è che a 35 anni me ne sento 55, professionalmente parlando. Vedo stagiste che si siedono in un angolo perché sono stanche, vedo redattrici che pur di fare bella figura si annullano, vedo autori che s'improvvisano tali e, ciononostante, lo sono; vedo me stessa: aivoglia a dirmi che non devo fare paragoni con chi ho intorno, con chi non sono io: non devo guardare gli altri, solo me stessa, dicono. Pare facile. Quando osservo quegli obiettivi che credevo raggiungibili in virtù di un ottimo cursus honorum, ancora così lontani.
Non credo più di avere tutto il tempo del mondo. Non voglio più, pensare di avere, tutto il tempo del mondo. Le giornate scorrono lente, insoddisfatte. Le sveglie si susseguono, ogni mattina più insidiose ed odiate.
Non ce la faccio più a svegliarmi con la voglia di rigirarmi dall'altra parte e rimettermi a dormire, anziché con l'entusiasmo prodotto da un nuovo sole, da un lavoro che mi piace. Non posso sopravvivere aspettando bramosa il weekend, non è per questo che ho scelto il lavoro che faccio. L'ho scelto perché è divertente, perché ogni ora extra non mi pesa, perché è creativo, perché ho libertà di movimento, perché viaggio, perché conosco un sacco di persone interessanti.
Se cadono tutti questi ingredienti, mi sento come un'impiegata frustrata cui non vengono pagati gli straordinari, che non vede l'ora arrivino quei giorni di ferie (non pagati), per riappropriarsi di un vissuto bello che durante gli altri mesi, sfugge.
Nostalgia continua ad essere la mia parola. E, mi dispiace. La nostalgia è un sentimento molto dolce, credo di averne già scritto. Ma quando la nostalgia è legata al ricordo recente di una vita in cui nessuno si permetteva di risucchiare in un vortice di disagio il mio entusiasmo. Ecco, lì, forse, nostalgia non è più nemmeno il sentimento corretto da provare.
Rabbia.
Rabbia è il termine che scandisce i miei pensieri, Rabbia, perché credo che ognuno di noi abbia il sacrosanto diritto alla non-rabbia.
Non voglio scomodare il fatto che la vita sia già particolarmente antipatica, in sue certe sfaccettature, per non dire insostenibile, in certe altre declinazioni drammatiche - per rivendicare il diritto alla non-rabbia. Che, poi, è il diritto alla felicità. Pare che nella Costituzione americana sia previsto. Non lo so, non sono una giurista, e me ne frega relativamente d'essere ignorante in materia di legge. Non per qualunquismo o pressapochismo, ma solo perché ogni regola codificata non mi pare così affidabile come dovrebbe essere.
Ma, il diritto alla felicità, dovrebbe davvero essere compreso nel pacchetto delle nostre brevi esistenze. E' vero, non ho - che io sappia - malattie incurabili o handicap ingestibili. Ma - esisto. Ma - vivo. Ho un cervello funzionante e tante capacità e, come essere umano valido e pensante e scegliente, vorrei essere trattato e considerato.
Ogni giorno scelgo con chi trascorrere il mio sparuto tempo libero. Ogni giorno capisco come amministrare la mia felicità.
C'è qualcosa, nella mia quotidianità, che non mi basta più.
Un mio ex collega, che ha mollato questa realtà televisiva che tanto ci risucchia, pochi giorni prima di prendere quella decisione, mi disse: "O mi fanno ridere (soldi, ndr), o, sebbene questa sia la mia passione, a queste condizioni - non ne vale la pena".
Lui, la TV l'amava quanto io posso amare il cinema. Ha scelto di smettere, posto di fronte alla scelta d'una vita vivibile.
Smetterei anche io. Trovassi una valida alternativa.

Credo che la vita sia uno shaker in cui mixare scelte importanti. E non mi pare di esprimere chissà che pensiero sovversivo, anzi.
Scelte che, nel mio caso, sono sempre indirizzate verso la MIA personale felicità.
Ho scelto una città piuttosto che un'altra, ho scelto un amore piuttosto che un altro.
Posso scegliere un lavoro piuttosto che un altro: al momento, preferirei fare la barista. Non mollo, solo perché sono testarda. Ma manca molto poco.

giovedì 2 febbraio 2017

246

[Disclaimer: non ci capisco proprio niente di musica, la amo e basta: qualsiasi errore tecnico chiedo venga considerato come licenza narrativa].

Intro.
Intro.
Intro.
Che intro strana.
"Hai mai ascoltato Stairway to Heaven?"
Certo, l'ho sentita un milione di volte.
"L'hai mai ascoltata? Con l'orecchio musicale?"
Ma io non ce l'ho, l'orecchio musicale. Io percepisco in base al piacere, al gusto, all'emozione. Non so niente di tecnica.
"Lo sai come funziona un pezzo rock classico?"
No.
"E' facile, basta contare: le canzoni rock hanno tutte lo stesso impianto".
Vai a capire cosa ho fatto a fare, lo scientifico.
"Conta".
Conto.

There's a lady who's sure all that glitters is gold
And she's buying a stairway to heaven.
When she gets there she knows, if the stores are all closed
With a word she can get what she came for.
Ooh, ooh, and she's buying a stairway to heaven.

Cazzo ho dimenticato di comprare il latte. Ero troppo impegnata a stare lì, a scegliere la strada da prendere, quella che fosse mia - quella che sale su fino alla felicità e non si ferma.

"Eh sì, è un pezzo geniale. Ascolta. E' tutto ciò che prima non esisteva!
Ma l'hai mai sentito un pezzo rock così?"
Eh non so cosa risponderti, non c'ero prima di quel pezzo, per me è fuso con altri. La proporzione aurea del pezzo rock canonico che mi racconti tu, mica Bowie l'ha mai rispettata...
"Ma tu pensa al rock. Questo non è solo rock. Gli Zeppelin hanno costruito qualcosa di unico".

There's a sign on the wall but she wants to be sure
'Cause you know sometimes words have two meanings.
In a tree by the brook, there's a songbird who sings,
Sometimes all of our thoughts are misgiven.

"Tu lo ascolti, e ti aspetti che succeda qualcosa".
Tipo un ritornello? Tipo qualcosa di prevedibile? Tipo qualcosa cui il tuo orecchio è abituato?

Ooh, it makes me wonder,
Ooh, it makes me wonder.

There's a feeling I get when I look to the west,
And my spirit is crying for leaving.
In my thoughts I have seen rings of smoke through the trees,
And the voices of those who stand looking.

Ooh, it makes me wonder,
Ooh, it really makes me wonder

"Ma non succede"

And it's whispered that soon, if we all call the tune,
Then the piper will lead us to reason.
And a new day will dawn for those who stand long,
And the forests will echo with laughter

 "E quando ormai non ti aspetti più niente... eccolo che succede!"

If there's a bustle in your hedgerow, don't be alarmed now,
It's just a spring clean for the May queen.
Yes, there are two paths you can go by, but in the long run
There's still time to change the road you're on.
And it makes me wonder

"Un inizio a canone in un pezzo rock? Mai sentito! Così tante battute prima che si apra? E il pezzo resta lì, come incantato. Finché hai perso ogni speranza che accada qualcosa. Ed è proprio lì, che inverte la rotta e cambia".

Your head is humming and it won't go, in case you don't know,
The piper's calling you to join him,
Dear lady, can you hear the wind blow, and did you know
Your stairway lies on the whispering wind?

"È una canzone in continua evoluzione, che si sviluppa su più strati, ne mette uno sull'altro, uno accanto all'altro, uno dopo l'altro, uno prima dell'altro. E va dove le pare, a toccare tutti i tuoi stati d'animo".
Tutte le mie corde emotive, senza mai passare dalla razionalità tranne che con te che tecnicizzi.
Per questo mi piace, 'sta canzone?

And as we wind on down the road
Our shadows taller than our soul.
There walks a lady we all know
Who shines white light and wants to show
How everything still turns to gold.
And if you listen very hard
The tune will come to you at last.
When all are one and one is all
To be a rock and not to roll.

"Una intro, per tornare al primo punto del discorso, dura di solito un periodo da 4. Tu pensa. Loro, gli Zeppelin, no. Ne fanno 4 da 8. 4 da 8 vuol dire 32!!!"
- torniamo daccapo: intro intro intro -
"E tu, orecchio rock, dopo i primi 4 ti aspetti, perché è quella la norma, che succeda qualcosa. Invece no. E allora aspetti un altro quarto. E sei a 8. E l'accetti. E niente, ancora no. Pensi: sarà al 16°".
E invece no. Ancora niente. E allora sai che c'è, non succederà più nulla. Pensi. Terminerà 'sto canone, amici come prima.
"Ecco, e invece no! Conti fino a 32, e tutto cambia. Inizia una strofa. Eh sì, una strofa. Una strofa da 4, da 8: ancora una volta 32".
A questo punto, che devo fare, riprendo in mano le aspettative?
"Certo che no. Perché dopo un 8, ti aspetti la batteria. Ma quella non arriva. Allora ti dici: va bene, arriverà al 16. Ma non arriva nemmeno lì. Perché? Che stanno facendo?"
Dimmelo tu, io mi sono già persa.
"Arrivi a 32. Eccola. Arriva. Ma non è quello che ti aspettavi arrivasse. A quel punto, c'è un inciso di piano.
2 da 16.
Geniale, inaspettato. Ed emozionante!"
Lo vedi che c'entravano le emozioni?
"Oramai pensi alla chiusura. E, invece (eccola, con 2 da 8): la batteria. Sopraggiunge la batteria, e apre di nuovo. Ma lo fa in assolo. L'assolo di batteria. Adesso. Ti pare normale?"
Lo percepisco come un bizzarro miracolo, ecco come.
"E ora cosa può succedere, ti domandi".
Ma vuoi davvero saperlo?
No.
Ti lasci sorprendere.
"Ed eccola. Un'altra strofa da 4, da 16. Te la aspettavi?"
Non so perché, perché non capisco una sega di musica, ma sì e no, capendo il personaggio canzone. Un personaggio che si muove in modo inaspettatamente melodioso e trionfante.
"Te la godi. Sapendo che ti piaceranno le variazioni al suo interno. Aspettando, a quel punto. Aspettando ciò che non ti aspetti. E non te lo aspetti perché non chiude il pezzo. Ma, va così, arriva un 1 e 1/2 da 16 di inciso. Una misura strana. Nell'ultimo 1/2 da 16... ti rendi conto, lo capisci, cosa ci ficcano in mezzo, gli Zeppelin?"
No, cosa?
"Un bridge!"
Cos'è un bridge?
"..."
Ah, no, aspetta, non ho davvero bisogno di chiedertelo: ho capito.
Un bridge. Beh, di solito, i ponti - stanno altrove. Nella mia testa, un ponte collega una sponda ad un'altra. Beh, nella testa di tutti. Soprattutto di chi li progetta. I ponti sono passaggi di spazio funzionali al tempo ridotto e facilitato che impieghi a traslare da un lato ad un altro di un corso d'acqua, tendenzialmente.
E qui, mi parte il cervello e penso al ponte (non musicale, un ponte fisico, come di cui sopra), che preferisco. Sta a Roma, lo chiamano il Ponte Rotto. Il Ponte Rotto, un tempo, era un ponte vero: "è il nome con il quale è più comunemente noto il troncone dell'antico "pons Aemilius" (...) un misero troncone di pietra abbandonato nel fiume" (fonte: romasegreta.it).
Il Ponte Rotto sta in un punto in mezzo al Tevere, e nessuno ci può, non dico attraversare il fiume, nemmeno salire: perché gli mancano dei pezzi, i pezzi di collegamento: un ponte che non collega due punti ma se ne sta lì, come un'isola, seppur ben fondata, che razza di ponte è?
E' il ponte più assurdo e affascinante che conosca, penso. Irreale, crollato solo in parte. Eppure, tutt'intorno, la meraviglia, funziona. Un ponte privo del significato di ponte ma con la forma (parziale, ma in ogni caso identificabile, di ponte).
Sono andata fuori tema? Non credo.
  
"Ecco. E, dopo, tu, ti chiedi: che altro possono fare, ancora?"

And she's buying a stairway to heaven.

"Una chiusa 4 volte la chiusa normale: 2 da 8. Non te lo aspetti mai. Ti emoziona. Ti dissesta l'asse musicale che conoscevi, fino a quel momento. Finché, poi, quasi timidamente e mestamente..."
Secondo me, bisbigliato all'orecchio di una persona importante.
"Sussurrato nel silenzio: And she's buying a stairway ti heaven".
Che poi è bellissimo, perché è la non-frase d'apertura e contiene il titolo: narrativamente, un discreto colpo basso, nel suo essere altissimo.

Usciamo dalla canzone. Ma no, restiamoci. Ci sono delle situazioni che fuggono completamente alla nostra ossessiva mania del controllo, che ci deriva da un'impostazione culturale composta di passaggi successivi ed obbligati, che ci infondono quella sicurezza di cui necessitiamo.
Ma, davvero, ne abbiamo bisogno? Cos'è che ci piace così tanto del concetto di certezza - volatile più del concetto di incertezza? Ci pensiamo mai, al fatto che, se ci crolla una certezza e ne rimane solo un troncone abbandonato in un fiume, forse era meglio non averla mai avuta quella certezza ed esserci piuttosto lasciati emozionare da quel troncone che poi, ha quel fiume che gli scorre tutto intorno e di fianco e di lato e di sotto / con in più un cielo e una luce, e nessuna aspettativa da disattendere?
Ci sono situazioni che ci sorprendono, come un canone inverso (qualunque cosa, musicalmente, voglia dire: io la considero una magnifica espressione narrativa).
Ci sono momenti di vita in battere ed altri in levare.
Ci sono ritornelli che non arrivano mai.
Faccio parte di quel gruppo di persone che non potrebbero vivere altrimenti: senza certezze, coi canoni (sociali) sconvolti, con la sorpresa sempre dietro l'angolo.

Mi sento di scomodare la parola Amore.
L'Amore non segue regole, altrimenti non sarebbe Amore: l'Amore è improvvisazione ragionata. L'Amore è ragionamento sovvertito. L'Amore è assenza di logica, perché non puoi quantificare o programmare l'irrazionale. Ma, di sicuro, puoi decidere quale melodia ti fa cantare, quale canzone non riesci a smettere di ascoltare.

L'Amore è il più ampio dei concetti racchiuso in una parola che la mente umana abbia mai prodotto: vuol dire tutto e il contrario di quel tutto: ma, mai, vuol dire niente. Quello che so dell'Amore, è che è un sentimento fondamentale su cui si basano i rapporti umani e che si costruisce come un grattacielo cui manca sempre l'ultimo piano perché non ci arriverai mai: starai sempre lì a costruirlo, sviluppandolo in altezza. Solo con un movimento che tende all'insù puoi continuare a muoverti anche in orizzontale. E l'orizzontale è quel che condividi con le persone in compagnia delle quali hai deciso di salire i gradini delle tua scala verso il Paradiso.
Che, in quanto irraggiungibile poiché inesistente, è l'unico obiettivo che valga la pena di perseguire.
Non credo sia necessario spiegarne il motivo.

mercoledì 11 gennaio 2017

245

Arriva quel momento, all'inizio di gennaio, in cui tutti stilano un elenco di immancabili propositi per l'anno nuovo. Buoni, prevalentemente. Almeno per loro.
C'è chi si concentra sull'aspetto estetico, chi su quello professionale, chi decide a tavolino che troverà l'amore della sua vita, chi mescola un po' tutto e poi, al 31 dicembre prossimo, constata di aver vissuto tutt'altro e si rammarica o, nella migliore delle ipotesi, gioisce.
Io ci ho pensato diverse volte, ma essendo andata oltre il 2 del mese in corso, ho l'impressione d'essere fuori tempo massimo, per appuntare quella bizzarra lista.
Per carità, a una persona che non vedi dal 2016 puoi ancora augurare "Buon anno", e pure con una certa convinzione. Ma, superata la Befana, sa d'anacronistico. Sarà che l'Epifania tutte le feste si porta via, sarà che siamo abituati alla velocità. Non credo di voler dichiarare nessun buon proposito, quest'anno. Perché poi i buoni propositi sono fatti, nella maggior parte dei casi, per essere disattesi. A volte ho il sospetto che vengano scritti appositamente per lamentarsi, 12 mesi dopo, di non essere stati in grado di compierli. Ma questa è un po' la cifra dell'umanità, piangersi addosso per non aver saputo (o voluto) arginare l'inevitabile. O rendere realtà un sogno.
Ma basterebbe accettare il fatto che il novanta per cento delle situazioni che ci accadono sfuggono, almeno parzialmente, al nostro controllo - per non crucciarci più, immotivatamente.
No, non elencherò i miei buoni propositi. Non serve. Non lo so dove voglio andare, né cosa aspettarmi dal nuovo anno. E, non essendo dotata di chiaroveggenza, ma nemmeno di quel superpotere che si chiama "pianificazione", mi sembra davvero un esercizio mentale inutile, mettermi lì a rilasciare dichiarazioni che dipendono dall'umore di questa o un'altra sera.
Una rilassata e lucida recollection in tranquillity, quella si può fare - e l'ho fatta, due post fa. Riflettere pensosamente su cosa voglio, è una fatica fine a sé stessa. Il ricordare il già accaduto, è comodo, gradevole o sgradevole che sia. Ma il prevedere, suvvia, è impossibile.
E' vero, programmare si può. E, porsi degli obiettivi, è umanamente sacrosanto. Ma è anche, nella mia esperienza, il modo migliore per rimanere delusi. Credo sia molto più costruttivo svegliarsi ogni mattina ed edificare la propria giornata, ora dopo ora, nel migliore dei modi possibili. E, imprevedibili, fino al minuto prima. Ma mi rendo anche conto che questo è solo il mio punto di vista, e meno male che c'è un mucchio di persone che la pensa in maniera differente, altrimenti addio matrimoni / famiglie / figli / mutui / cose progettate a lungo termine.
Quello che posso fare è già, dopo appena una manciata di giorni, registrare che il 2017 si è approcciato a me in modo bello e (guarda un po'), inaspettato.
In poco più di 10 giorni mi ha già regalato dei momenti di notevole incanto, il che non mi pare poco.
E' evidente che ci sono, arrivata a 35 anni, situazioni che bramerei vedere realizzate.
Una su tutte: non tornare più a Roma. Questa volta per davvero. Questa volta senza costosi, in termini di soldi ed emotività, intermezzi.
Un'altra: riuscire a rimanere felice come sono. Senza ferire nessuno. Evitando di far del male a me stessa nella paura di arrecare danno a qualcun altro / e, contestualmente, senza ferire quel qualcun altro scendendo a compromessi con me stessa - ché, però, far del male agli altri, anche laddove involontariamente, mi distrugge. Non voglio raggiungere il cinismo mentale, ma il realismo, quello, ce l'ho già. E non lo lascio. Quanto si può rimanere fedeli a sé stessi, disattendendo le aspettative altrui? Mi domando. Probabilmente è impossibile pensare di farlo. Ma io, invece, lo penso. E lo faccio.
Perché ogni uomo è un'isola, ma ogni isola - volente o nolente - fa parte di un arcipelago.
Ci sono isole gemelle, isole isolate, isole irraggiungibili, isole grandi e confortevoli.
Io sono un'isola di arcipelago.
E, se c'è un e un solo proponimento che voglio impormi per il futuro (ma solo, bada bene, perché mi fa piacere), è smettere di pensare solo a me stessa. Perché, poi, sono gli altri - il mio tutto. Gli altri cui voglio bene.

domenica 1 gennaio 2017

244

La scrittura, come tutte le cose belle, produce quell'inevitabile effetto collaterale che si chiama "assuefazione". Che è un brutto termine, generalmente associato a sostanze nocive. Sarà che l'essere umano dev'essere portato all'assuefazione, altrimenti non si spiegherebbero certe dipendenze, certi amori-che-chiamiamo-tali-anche-quando-non-lo-sono, certi reiterati gesti, certe questioni che non si risolvono mai - ovvero non si chiudono. Si crede che ogni faccenda debba avere un inizio ed una fine, con - tra il punto A e l'altro B - un arco narrativo che racconti tutto. Ma, non è così. Non è mai così.
La scrittura, come talune droghe e tra l'altri viaggi della mente o del corpo, a me fa stare bene. Una volta che ricomincio, non riesco a smettere. E mi ritrovo davanti ad un vecchio pc, imballata di un sonno micidiale, senza niente di particolare da fissare, ma con la voglia di mettere in fila parole.
Una voglia che deve essere evasa, altrimenti poi rimane in testa, come tutte le voglie non soddisfatte. E non ti dà tregua.
Non dovremmo mai incantarle anziché muoverle, le voglie. A meno che non siano foriere di danni - ad altri o a noi stessi. E' qualche anno che percorro, in modo talvolta sbilenco, il percorso cui le frecce che lo direzionano sono nient'altro che le mie voglie. E mi rendo conto che, quando non le assecondo o, peggio, le nascondo fino a sotterrarle, mi s'inceppa qualcosa dentro. E qualcos'altro fuori.
Ascolto tre canzoni da tutto il giorno, ma forse da ieri. Sono tre canzoni che parlano, essenzialmente, di cambiamento e di rabbia e di bellezza. Tre canzoni che raccontano precisamente il mio stato d'animo attuale. Sì, sto cambiando. Sì, sono arrabbiata. Sì, ho fatto pace con la bellezza: di quello che mi circonda, delle persone che ho scelto, di me stessa, della vita in genere.
Ma la parola che mi fa più impressione è "rabbia". Ed è strettamente collegata alle altre due. Essere arrabbiati è una condizione di grande vitalità, che non avevo mai realizzato fosse necessario provare, prima ancora che esprimere, fino a poco fa. Anzi, credevo si trattasse di un sentimento nocivo. Lo reprimevo, anche. Invece, è una condizione mentale fondamentale, che mi permette di capire cosa voglio tenere e cosa voglio gettare via - o, più morbidamente, allontanare.
Arrabbiarsi, con qualcuno o con sé stessi, è un gesto di grande generosità: è esprimere il proprio dissenso, laddove qualcosa non sta andando nella direzione del benessere. E' smettere di raccontare ma soprattutto di raccontarsi, bugie. E' aprirsi: ci si arrabbia solo con qualcuno di cui ci si fida. Non ci si arrabbia con qualcuno che si teme se ne vada, solo perché offeso: se pensi che se ne andrà, non c'è mai stato. Se hai paura di farlo scappare, sai che in realtà stava già scappando. Arrabbiarsi è un'insostituibile dichiarazione d'amore, e l'amore è un'altra di quelle cose che vanno dichiarate, no matter what.
La rabbia è un atteggiamento che viene frainteso solo da chi non sa chi sei. Ho edificato rapporti magnifici dopo un prepotente scontro: di lavoro, di amicizia, di tutto il resto. Non sempre è necessario, per fortuna, arrabbiarsi: ma, laddove può giovare, ne vale la pena. E non bisogna averne paura. In ogni caso, dopo, si può sempre chiedere scusa: è evidente che non ci si voglia scusare per davvero, ma un po' di elegante formalità mica guasta: è bellissimo chiedere scusa. E' un arrendersi delizioso. E' stupefacente vivere quel passaggio dal rancore alla riappacificazione. Quel passaggio di tempo e di anima, durante il quale non si sa come andrà a concludersi, o ad aprirsi, quell'intermezzo lì.
"Quando guardi dritto e non mi parli".
"A tutti gli alibi, alla verità".
"I miei occhi solo per te".

venerdì 30 dicembre 2016

243

Eccolo, è arrivato. Lo fa ogni anno, non si sfugge. E' arrivato quel momento splendido e terribile che con la mia amica P. facciamo dai tempi del liceo: il momento dei punti. I punti dell'anno finito.
Il 2016 è un anno che di punti ne conterebbe una grandissima quantità, se penso alle rivoluzioni che ha prodotto nella mia vita e che non smette di produrre. Ma, data la velocità ineffabile con cui è trascorso, mi dedicherò solo ai punti di qualità. E, l'unico modo per affrontarli, è andare in ordine. Non d'importanza, quest'anno sarebbe troppo difficile. Di cronologia. Ma senza troppe date precise, perché rischiare d'essere tracciata da google?
E, sia ben chiaro, sono in grado di compiere questa ordinatissima operazione solo perché, mano a mano, ho segnato i giorni salienti sul calendario tedesco dei Puffi, che mi ha accompagnata, fino ad oggi, traslocando con me 4 volte (4 volte in 1 anno: potrebbe essere record). Grazie Madre, per il calendario.
Pronti?
Partenza...
Via!
1. La mia prima mezzanotte in solitaria da quando sono nata. E va bene così, anche se forse no - tanto per aprire l'anno in bella chiarezza. La prima mezzanotte del primo dell'anno dopo essere nata, l'avevo trascorsa, come testimoniano le foto, ché io non ne ho mica ricordi, con nonno Tatto (l'uomo più importante della mia vita): avevo già capito tutto, senza esserne cosciente.
2. L'ultimo album di Bowie, che ci abbiamo impiegato appena 3 giorni a capire che era il miglior modo di morire di sempre: fare dell'atto finale della propria vita, un'opera d'arte: perfetto commiato di uno che, più che un uomo, un musicista, un artista, un attore, un personaggio - ormai era e per sempre sarà, patrimonio. Di tutti.
3. Le 8 di quel mattino in cui io, e assieme a me tutto il mondo, scoprivamo che Bowie era morto / e ho creduto d'aver perso un pezzo di me - quando invece, come accade di tutti i pezzi di sé che si crede d'aver perso, poi ho capito che sarebbe stato sempre con me.
4. La prima cena organizzata nella prima CasIla milanese, per l'amica L. e il suo fidanzato che si è imbucato - e se non ricordo male ci siamo proprio divertiti. E lo so che non sembra, ma io che organizzo una cena, è un evento. Ma no che non ho cucinato niente, vi pare? Tutto pronto, solo impiattato in modo carino che manco a Masterchef.
5. Il matrimonio della mia compagna di banco M. che si alternava in quel ruolo con P. di cui sopra - e che emozione, quando s'assiste al matrimonio d'amore di una delle tue migliori amiche.
6. L'email giunta in quel momento di quel giorno in cui ho realizzato che esisteva una persona che crede in me e si fida di me, sul lavoro: una gratificazione inaspettata che attendevo da secoli. E tutte le splendide persone che EV ha portato nella mia vita, a partire dalla sporty principessa C.
7. Quelle 24 ore in cui Fratello#1 e cognata sono venuti a Milano: e si narra che proprio in quell'occasione, abbiano concepito la mia prima nipotina. Cuore fermo al limite dell'infarto emotivo.
8. Purity, di Franzen.
9. Quel giorno in cui: S: Cosa fai domani? / I. Niente. / S. Sentiamoci per birretta. - il giorno dopo - S. Ma tu dove abiti? / I. Navigli. / S. Figo, anche io. Via? / I. Pestalozzi. / S. Anche io... / I. Civico #quèlo? / S. Ma è lo stesso mio! / I: Scherzi? Piano? / S. Apri un po' la finestra... - E ci siamo viste. E da quell'istante, partì il mese "Friends": il mese in cui: 'Ndo stai_che fai_Spritz? Over the top: quando ritrovi un'amica intelligente, simpatica, che ti eri persa solo per contingenza e dividi con lei dei momenti che non dimenticherai mai.
10. Quel pomeriggio uggioso in cui ho seguito il consiglio di una collega e ho trovato il mio nuovo parrucchiere di riferimento (salone e ragazzo parrucchiere, proprio - fedele forever ad entrambi). Si può ben dire che mi abbiano cambiato, in meglio, la testa (vabbe', l'involucro: l'ho già citata la mamma di A. col suo/mio aforisma preferito "L'apparenza non è tutto, ma è tutto ciò che si vede", ve'?). E non smettono di farlo.
11. Quando ho scelto fra il lavoro che stavo facendo e in cui credevo, ed altri due per cui sarei stata solo una mercenaria infelice. E non me ne pento. Pure se uno era a Dubai.
12. Il weekend in cui, per un solo weekend, ho avuto per boyfriend un ingegnere spaziale tedesco - e manco uno qualsiasi, uno che davvero è un gran figo da qualsiasi angolazione lo si possa guardare.
13. Il weekend a Darmstadt tutti e 4 i fratelli insieme. Probabilmente l'ultimo della nostra serie di viaggi tra fratelli, almeno finché mia nipote non va a scuola (tu che dici, cognata?). E sì che, next stop, avremmo dovuto fare il tour dei whisky scozzesi.
14. Il momento in cui ho deciso che l'unico vero lusso nella vita di un'anti-casalinga, è avere qualcuno che pulisce al posto tuo. Anche in pochi metri quadri. E di farlo, da allora in avanti, rientrare nel budget mensile a costo di rinunciare a 4 aperitivi (soluzione forte, ma giusta).
15. La sera in cui un biglietto in una busta bianca, ha segnato l'inizio di una serie di biglietti, che hanno definito un nuovo modo di scandire il mio tempo e la mia dislocazione geografica e sentimentale: inaspettato, sorprendente, in costante e felice evoluzione: forse, il miglior modo di sempre. Va da sé che "biglietto" è LA parola del 2016.
16. Il tatuaggio Gypsy.
17. Quando la mia amica-amica-amica/direi sorella-A., è passata per Milano: ed io ero così felice che non ci potevo credere. Poi, in una di quelle ore, tra una birra e uno Spritz, mi ha telefonato il gestore della mia prima CasIla milanese per comunicarmi che era stata venduta. E che di lì a due settimane dovevo andarmene. Ed ero disoccupata: forse, il momento più altobasso dell'anno: quello che trascorrevo con la mia soul sister, mentre perdevo casa. Cin cin.
18. Quelle ore in macchina mentre tornavo a Roma, infelicemente trasportata da Padre e Fratello#1: un trasloco durato poi una settimana. Una settimana d'agonia. Ma una settimana, comunque.
19. L'anniversario della mia 24 ore parigina per David Bowie Is (la mostra), una cosa che era accaduta in compagnia di uno di quei pochi che ho creduto essere l'uomo della mia vita. D'altronde non si prende mica appuntamento a Parigi con uno qualsiasi.
20. Il rientro a Milano, fine maggio/inizio giugno.
21. La, ad oggi, serata più emozionante della mia vita milanese: l'inaugurazione della seconda CasIla milanese.
22. Il Festival delle birre acide a Reggio Emilia, con A., amico / autore / maestro sapiente di birra.
23. Quel magnifico giro in bici con l'amica R. e la mia nipotina non biologica A., e il seguente - pazzesco - concerto degli Stereophonics a Monza.
24. Quell'aereo per Palermo. E il cielo sopra Palermo. E la vista-vista poco ma indimenticabile, dalla finestra della stanza dell'hotel.
25. Quel giorno in cui, dall'oggi al domani, ero di nuovo disoccupata e...
26. ... quel giorno, praticamente appiccicato, in cui ho capito che avrei dovuto accettare un lavoro a Roma.
27. Il pomeriggio in cui, nonostante fosse metà luglio, ho lasciato la seconda CasIla milanese, sotto un freddissimo diluvio battente. Con il cuore a pezzi e però la certezza che sarei tornata: perché, lasciarci la bici, altrimenti?
28. Quando effettivamente sono tornata a Milano, ma solo per meno di due giorni, e abbiamo registrato la mia prima puntata pilota. La prima di una cosa che avessi scritto io, intendo. E ho conosciuto un nuovo amico: A. proprietario d'uno splendido locale e gran maestro di cocktail in generale. E ho festeggiato la notte del mio spaventoso 35° compleanno in modo molto particolare e con qualcuno fuori dal comune.
29. Il mattino del mio 35° compleanno in prima classe su un Italo Treno, sulla tratta simbolo del 2016: Milano / Roma - Roma / Milano.
30. Il giorno del mio 35° compleanno a Roma, quando ho visto tutte le persone che volevo vedere. Una in particolare - un po' al volo, ma è stato bello lo stesso. E lo champagne a cena coi fratelli. E le amiche e gli amici. Evviva!
31. Quella notte al Circeo in cui il testo sibillino di un semplice whatsapp ha provato a spezzarmi il cuore (senza riuscirci del tutto).
32. La mattina di fine agosto in cui mi sono ritrovata a lavorare di nuovo in una Prati deserta.
33. Il Puffoso-tatuaggio, concordato lì per lì, con gente meravigliosa. E quasi non-pagato. Per dire.
34. "Se non ti liberi ti uccido" - sottotitolo: quando il chiarissimo testo di un semplice whatsapp mi ha ridato la gioia di vivere, riconvocandomi a Milano. E, gioia su gioia, il sapere mezz'ora dopo che C. avrebbe tenuto la seconda CasIla milanese libera per me - di nuovo. Grazie, E., per avermi fatto conoscere C. e la mia CasIla preferita, e la mia padrona di casa del cuore.
35. "Stasera hai da fare?" - "No". Fiumicino.
36. Quel velo di tristezza nel salutare quelle due o tre o quattro bellissime persone, umanamente prima che professionalmente, che ho conosciuto in quella produzione romana.
37. Le prime due sere della nuova permanenza a Milano, dai miei due birrai di fiducia. Love.
38. La sera in cui, con L., di cui sopra (prima cena nella prima CasIla milanese), abbiamo aspettato la nascita di mia nipote. Bevendo birra. Da A., naturalmente.
39. La mattina dopo, quando ho scoperto che era nata mia nipote. Che è qualcosa che non si può spiegare, se non ti è mai successo. A livello di emozione, sempre lei. Ho pensato di morire d'infarto: sì, ho un cuore.
40. Il weekend a Roma in cui ho conosciuto e tenuto in braccio senza far cadere (per poco, eh), mia nipote. E lo sguardo ebete di fratello#1, suo padre. E le facce di fratello#2 e #3, gli zii: sono immagini che non si possono descrivere a parole. E il (i) bicchieri di vino con mia cugina A., che mi manca tanto. E l'aperitivo allungato della sera dopo con C. e A., le mie soul sisters (sono fortunata, ho un mucchio di soul sisters: ma cavolo, noi 3 ora siamo in 3 città diverse - mi mancate tanto).
41. Quella sera in cui ho accettato un invito a cena senza voglia di accettarlo. E poi, invece.
42. La cena a Monti. E la telefonata che l'ha preceduta.
43. Quella notte che ho affogato il telefono in stato di ubriachezza molesta.
44. E qualche giorno dopo, quando magicamente avevo un telefono nuovo. Perché ho un angelo custode, anche se non crede di esserlo. Sempre molto love.
45. Il 1° dicembre, quando, puntualissimo, è arrivato il calendario dell'Avvento di Madre: credo, uno dei migliori della storia dei calendari dell'Avvento. Grazie mammina. Cuoricino per te, anche se non lo dimostro mai. Ti voglio bene davvero tanto.
46. Firenze. Firenze. Firenze. Probabilmente una delle esperienze più belle che abbia vissuto nella mia vita: e, non sto iperbolando.
47. Bari. E che ridere. Con la mia crew preferita. E che passeggiate. E che crudi di pesce. E che chiacchierate. E che freddo!
48. L'addio alla cresta e il benvenuto ai capelli verdi. Always, made in parrucchieremilanesediriferimento.
49. Rogue One. Una splendida Star Wars Story, in vero spirito Star Wars.
50. La magnifica gita nel Se-Regno della principessa C.
51. Bologna. Bologna. Bologna. Ctrl alt canc Firenze: ma, se possibile, di più. Quante emozioni può contenere un essere umano? A quanti sorrisi può sopravvivere, senza perdere la cognizione di sé?
52. Quell'aperitivo sui Navigli che mi ha fatto capire tante cose. Una su tutte: le persone davvero speciali capitano per caso. L'importante è rendersene conto. E cercare di tenersele strette.
53. "Il nostro noi".
54. Il Natale in cui ero felice che fosse Natale. E i miei fratelli. E mia nipote. E mia cognata. E volevo bene a tutti. E la tavolata cugini a casa dei nonni. E le confessioni a nonna, rivelatrici.  E la Sambuca col cugino S., che proprio mi dispiace non vedere mai, come sua sorella A. dei bicchieri di vino di cui sopra, l'unica che sgama sempre se sto bene o se sto male. E l'amica "svizzera" che mi dà appuntamento a Milano per un aperitivo a fine gennaio.
Peccato che, dopo due giorni a Roma, io stia inevitabilmente male: altrimenti ci sarei rimasta, solo per i miliardi di affetti che ho lì. E mi mancate tutti, anche chi ho dimenticato di citare.
55. "A chi ce l'ha più lungo". Ti voglio bene, F. Best producer ever.
56. "Ho un suggerimento per un proponimento. Si intitola: Vieni via da lì. Ognuno ha sicuramente un posto da cui è urgente tagliare la corda, lo so per certo. Fatelo". (Alessandro Baricco, su Vanity Fair di questa settimana). Perché è vero, è così. Se c'è una cosa che ho imparato nel 2016, ma anche prima, è che l'urgenza primaria di ognuno di noi è stare bene. Ed evitare di stare male. E se vi sembra una banalità, provate a pensare a quante persone conoscete che si condannano, da sole, a vivere in una vita che non amano: perché lo fanno? Io, lo sapevo una volta, è successo anche a me di condannarmi, in nome di qualcosa che non riesco più a mettere a fuoco: ora non lo capisco più, ecco. Mi è capitato, recentemente, per necessità: economica. Ma ne vale la pena? Aveva ragione L., quando mi diceva: Resta a Milano, Milano ti fa stare bene. Piuttosto fai la barista, ma resta a Milano.
A volte, la fuga è da un luogo. A volte, la fuga è da una persona. A volte, la fuga è da un lavoro. Ci sono situazioni da cui si deve andare via. Tagliare la corda, non è scappare, è guardare oltre - alla ricerca del proprio benessere. Vieni via da lì. Tutto è disfattibile e niente non è costruibile: prendi una parte di coraggio, due di incoscienza, versa nello shaker e agita forte forte: versa in una coppa Martini e spruzzaci su qualche goccia di realismo; decora con qualche foglia del tuo vero essere: quello che ottieni, e che bevi quindi introietti, è il cocktail della felicità. Non tutti sono pronti ai sapori nuovi, c'è chi ha paura. C'è chi ormai pensa che i giochi siano fatti. C'è chi, piuttosto che buttarsi su un sapore nuovo, si accontenta dell'odore.
No, quel tipo di vita non fa per me. Cosa ho imparato nel 2016? Che io la felicità me la vado a prendere: ovunque e con chiunque essa sia: aspettarla, non funziona. Aspettarsela, non ha senso: mica ti piove dal cielo. Mica puoi pensare di aspettare in eterno qualcosa che non verrà. Mi assumo la responsabilità delle mie scelte, con l'opzione di annullarle, nel momento in cui non mi rispecchieranno più.
Di definitivo, c'è solo la fine.

I punti credo siano finiti.
Considerazione finale: il 2016 si è portato via le due icone immaginarie che hanno, anche se ancora non lo sapevo, formato la reale Ilaria attuale: The Goblin King, quello che volevo mi venisse a rapire: altro che lo scialbo Prince Charming (e anche questa cosa, l'ho già scritta); Princess Leia: la prima self-rescuing princess della storia (almeno credo). Il Goblin King non ti salva, Leia non ha bisogno di essere salvata: lui ti confonde e ti fa ballare / lei spara e ti bacia solo quando lo decide lei.
Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.
Ila versione 2017, potrebbe essere così: una donna molto consapevole, che sogna Jareth, si impegna per non lasciare Milano almeno per un altro po', dà retta solo a chi davvero le vuol bene. Voilà.

"I can't give everything away".